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FAScinA 2020_Le sperimentali: tra cinema, videoarte e nuovi media

Diana Karenne: cineasta sperimentale?

di Stella Dagna

Abstract:

Diana Karenne, al secolo Leucadia Konstantin, nel fastoso parterre delle dive italiane del cinema muto rappresentava il fascino dell’alterità: straniera, cerebrale e anticonformista (pur senza troppi eccessi, almeno sullo schermo) nell’Italia nazionalista dei tardi anni Dieci.  

Nel suo percorso cinematografico, ricercò, prima di tutto, l’autonomia. Pubblicamente scontenta dei ruoli che il sistema produttivo del periodo le riservava, lottò per controllare l’intero processo produttivo dei suoi film: quando le fu possibile non fu solo attrice ma anche soggettista, sceneggiatrice, direttrice di scena e produttrice. Ambiva insomma a essere quello che oggi definiremmo ‘cineasta’, cioè soggetto di appropriazione del film nel corso di tutte le tappe del suo farsi. Ambiva, in breve, alla libertà creativa. 

Ma, un quesito – troppo pressante per essere ignorato –  si impone al ricercatore (e soprattutto alla ricercatrice) che si accosti alla storia e all’approfondimento di colei che fu definita “la più intelligente di tutte”: cosa ne fece Diana Karenne di questa libertà, una volta che l’ebbe raggiunta? Dichiarò in più occasioni che il suo obbiettivo era trovare la formula per fare un “cinema d’arte” che fino ad allora -a  suo avviso – in Italia ancora praticamente non esisteva. Ma chi batte strade nuove sperimenta. Fu dunque Diana Karenne una cineasta sperimentale? 

Tentare di rispondere a questa domanda non è solo sfacciatamente anacronistico ma anche particolarmente difficile, dal momento che – purtroppo – tutti i film da lei diretti e la maggior parte di quelli da lei interpretati sono scomparsi. Nel tentare comunque qualche ipotesi di lavoro sul tema della ‘sperimentazione’ karenniana, grazie soprattutto alle preziose ma infide fonte indirette, proponiamo una riflessione sul significato speciale di ‘esperimento’ nel contesto del cinema muto italiano e sull’avanguardismo che in quel sistema rappresentava la stessa presenza femminile in ruoli extra-interpretativi. 

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